mercoledì 19 marzo 2025

Imago #12: A cosa sono serviti Reagan e Gorbaciov?


Noi bambini degli anni 80 siamo cresciuti in un mondo diviso in due, in cui c'erano i buoni e cattivi. Un mondo di MIG cattivi su cui volare a testa in giù, di Ivan Drago che ti spiezza in due e di guerre termonucleari globali evitate giocando a tris.


Poi arrivarono questi due, i loro abbracci, i loro sorrisi e le loro firme. E anche se eravamo piccoli se ne parlò così tanto di quello stop alla corsa agli armamenti che capimmo anche noi che era proprio un evento storico. Era normale e giusto che di fronte a una catastrofe evocata e minacciata in mille modi (non solo nel cinema... pensiamo a Hammer To Fall o a A Hard Rain is gonna fall), la ragione avesse la meglio.

Per questo motivo io mi sento a disagio quando sento parlare con tanta leggerezza e tanta cieca convinzione del progetto REARM EUROPE. A livello emotivo e razionale nella mia testa rimbomba un "Ma allora a cosa è servito?"

Poi però penso alla Cecenia, a tutte quelle rassicurazioni date all'Ucraina per farle cedere le armi nucleari salvo poi stupirsi quando una delle nazioni dell'accordo decidono di invaderla.
Allora mi dico che qualcosa bisogna fare. Che anche se contro i miei e nostri principi, non si può lasciare l'Est Europa in mano al novello Hitler come se fossero i Sudeti o la Polonia di 80 anni fa. Le armi sono innegabilmente una delle sciagure dell'umanità ma di mio io sono contento che carabinieri e polizia siano armati per la mia sicurezza.

Ecco appunto. Forse il punto sta proprio qui. Nel nostro modello europeo non sono i singoli cittadini ad armarsi e a difendersi da soli. Non abbiamo un secondo emendamento, per fortuna.
E riportato agli stati non mi sembra una grande idea finanziare il riarmo dei singoli stati quando tra quegli stati c'è pure l'Ungheria di Orban. Anche perché i finanziamenti militari senza garanzie non sono finiti proprio benissimo in passato (pensiamo all'Iraq di Saddam Hussein contro l'Iran o a Bin Laden contro l'invasione russa dell'Afghanistan).

Quindi capisco l'urgenza. Qualcosa bisogna fare. Ma concordo anche con Elly Schlein che dobbiamo arrivare velocemente a una difesa europea invece che armare i singoli stati.

Perché, come si dice in Veneto, "el tacon non sia peso del buso".

domenica 26 marzo 2023

Imago #11: Praticamente perfetti sotto ogni aspetto (o forse no?!)

 

Nella nostra vita quotidiana siamo pervasi e quasi ossessionati dall'idea di perfezione.

Il lavoro dei sogni, il partner perfetto, il viaggio perfetto, i grandi risultati nello sport. Da quando sono arrivate le fotocamere digitali (e poi i telefoni con fotocamera) tutti a cercare lo scatto perfetto e il video da oscar.

E giù di frustrazione perché questa perfezione che riempie i nostri occhi poi non riusciamo a raggiungerla, quasi mai. E se qualcuno di noi la raggiunge o ci si avvicina molto in qualche campo, poi le scelte sono due: o fai diventare quel campo il tuo mondo e il tuo mondo diventa veramente povero e incomprensibile per i non addetti ai lavori, o in alternativa sarai frustrato in qualche altra situazione perché, lo sappiamo bene, di Mary Poppins ce n'è solo una, praticamente perfetta sotto ogni punto di vista.

Da più di 2000 anni c'è una statua a ricordarlo. Incarna l'ideale della perfezione del mondo greco, è la Venere di Milo. E assurdamente, questa statua, simbolo della perfezione, non ha le braccia. Ce le aveva? Quasi sicuramente sì, le ha perse nel corso della sua storia. Questo sminuisce il suo valore? Ne fa una "brutta statua"? Assolutamente no, tanto che è una delle opere più ammirate al museo del Louvre.

Anche noi siamo di valore con tutte le nostre imperfezioni. Che non vuol dire solo accettare i propri limiti e amarli come direbbe qualcuno. Ma vuol anche dire amare quel che fai e quel che sei in quel momento e non in vista di un risultato futuro. Attenzione non sto parlando di quel Carpe Diem alla John Keating che ha portato tanta ispirazione ma anche tanti disastri. Non sto nemmeno parlando di accontentarsi e di adagiarsi.

E tutto ciò c'entra terribilmente con il tempo. Il tempo di studiare, il tempo di leggere, il tempo di allenarsi, il tempo di parlare, il tempo di ascoltare, il tempo di riposare, in alcuni casi addirittura il tempo del far niente.

Tanti allenatori, maestri, professori, amici, colleghi negli anni hanno cercato di fare leva sul mio senso di colpa. "Stai buttando via il tuo tempo" o ancora "Devi fare almeno tre o quattro allenamenti a settimana", "Devi esercitarti al piano almeno un'ora al giorno", "Devi studiare per il 30", "Altrimenti sarai un fallito", "Altrimenti non imparerai", "Non puoi saltare allenamento", "Devi fare dei sacrifici".

Ecco il fulcro di tutto. Il sacrificio come strada per la perfezione. Tanti bambini e ragazzi, montati già a 10 anni come futuri campioni olimpici o premi Nobel. Poi si perderanno perché alla fin fine uno è il campione olimpico di una disciplina, uno è il Premio Nobel di quell'anno. E gli altri 8 miliardi di persone? Tutti senza valore?

Secondo me la strada è ridare valore al nostro tempo, al tempo che investiamo, anche a prescindere dai risultati. Dobbiamo avere uno sguardo largo, uno sguardo che abbraccia, che guarda la nostra figura intera, non le braccia mancanti.

Faccio due allenamenti a settimana di pattinaggio, quasi sicuramente non riuscirò mai a fare una back o un axel. Ma io continuerò lo stesso a portare l'asticella un po' più in là. Mi diverto, la sensazione di libertà e leggerezza quando ho i pattini ai piedi è impareggiabile.  Ed è questo che conta.

Gioco a pallavolo tra amici il sabato mattina, le mie ginocchia non mi permettono di giocare più di una volta a settimana. Non sono andato in serie A come sognavo da bambino, a dire il vero non gioco in un campionato vero da più di 20 anni. Ma anche in questo caso la sensazione in campo e di giocare insieme ad altre persone è indescrivibile. Ed è questo che conta.

I sabati sera accoccolati insieme in divano davanti alla TV, dopo una settimana stressante al lavoro. Potevamo fare altro, potevamo uscire? Forse sì. È tempo perso? Assolutissimamente no. È tempo preziosamente investito. Ed è questo che conta.

Quelle ore interminabili spese da tuo papà a venire a vedere delle partite di cui non capiva le regole e in cui tu non entravi quasi mai. Era del tempo perso? Per lui forse sì. Ma per te quella presenza sugli spalti, anche a distanza di tantissimi anni scalda ancora il cuore. Ed è questo che le dà valore, ed è questo che conta.

Per non parlare ad esempio del viaggio di Nozze, con la rinuncia forzata alle Skellig Islands a causa del mare grosso, con il diluvio universale alle Giant Causeway. È stato il viaggio perfetto? Probabilmente no. Ma a distanza di anni abbiamo ancora gli occhi straripanti di quell'azzurro e quel verde. Ed è questo che conta.

Ci sono libri che ho letto anche 3 volte, film o serie che ho visto decine di volte. È tempo perso? Chi può dirlo... Ma secondo me quella sensazione di sentirsi a casa, di familiarità, quelle gare a chi anticipa le battute valgono il tempo perso. Ed è questo che conta.

Ma anche leggere un nuovo libro, provare una nuova esperienza, lanciarsi nel brivido dell'inatteso... a anche quello ovviamente conta, tantissimo.

Avevo una mamma che nella sua vita è andata in vacanza praticamente in soli due posti, Jesolo ed Asiago, e ho un fratello che ha girato più di mezzo mondo. Modelli diversi, tempo sprecato? No, investito in modo diverso con un valore altissimo in entrambi i casi.

Nello sguardo largo, nello sguardo complessivo le imperfezioni spariscono, anzi meglio diventano differenze, particolari che rendono la tua vita unica e degna di essere vissuta.

Ogni vita diversa, ogni vita preziosa, ogni vita ricca di sfaccettature, ogni vita che non può essere presa come metro per misurarne un'altra. E ricordando che io posso alzare l'asticella anche se non so quanto sto saltando io e nemmeno quanto saltano gli altri. Ma la alzo solo per il piacere di saltare e per la sensazione di volare.

domenica 19 settembre 2021

Imago #10: Non si finisce mai di imparare (e forse dobbiamo accettarlo)

 

Un vecchio adagio recita: "Non si finisce mai di imparare". 
Ecco per me questo è stato uno shock da cui forse devo ancora riprendermi.
Non è un segreto che a me sia sempre piaciuto andare a scuola. Mi è sempre piaciuto imparare cose nuove, anche nelle materie che magari odiavo, come Filosofia. Però dentro di me avevo questa falsa illusione che a un certo punto sarebbe finita. Intendiamoci, non che avrei finito di imparare, ma che a un certo punto ne avrei saputo abbastanza, almeno di una materia, da sentirmi "adeguato".
E invece no. Invece è come essere dentro un frattale. Date un occhio all'immagine qui sopra. Dà le vertigini vero? È una caduta infinita in nuovi mondi... È come salire una montagna e la cima non arriva mai.
Ecco come mi sono sentito io nel corso dei miei studi.

Parti alle elementari, arrivi in quinta e sai che alle medie imparerai tante cose nuove. Idem nel passaggio alle superiori. Poi in quinta superiore il primo dramma, la prima scelta: per l'università dovrai per forza abbandonare delle materie che ti piacciono, tutto non si può fare. E per uno che era indeciso sulla facoltà tra fisica, storia e ingegneria era una gran bella scelta.
Con un bel po' di dubbi scegli Ingegneria abbandonando lungo la via materie che comunque ti appassionano (e che ora affollano i miei podcast) come storia, biologia, astronomia. Ma a te piacciono la fisica e la matematica ma anche l'informatica, in queste materie ti senti forte per cui vada per Ingegneria. Ma questa tua presunta forza viene messa bene alla prova dal primo anno in cui ti arrivano in serie Analisi I, Geometria, Fisica I... tutte materie che in teoria conoscevi già e che invece ti aprono mondi sconosciuti.
Ma finito il primo anno ce ne sono altri quattro. Gli esami riguardano materie di cui ignoravi completamente l'esistenza come "Controlli Automatici" o "Teoria dei Sistemi". Prima li ignoravi, ora diventano la tua materia preferita. Ed ecco la seconda grande scelta dopo quella della quinta superiore: a che professore chiedo la Tesi? Campi Elettromagnetici, Elaborazione numerica dei Segnali o Teoria dei Sistemi? Per i non addetti ai lavori sembrano sempre robaccia da ingegneri, ma vi assicuro che c'entrano l'una con l'altra quasi come la fisica con la storia. Alla fine vada per "Teoria dei Sistemi". Mi laureo, alla discussione praticamente capiscono quello che dico solo il mio relatore e il presidente di commissione. Per gli altri praticamente è arabo. Ti laurei, ti senti forte, sai un sacco di cose, hai fatto un sacco di fatica ma finalmente ne sai a pacchi di trasmissioni, controllo, codifiche...

Poi, visto che decidi di continuare, inizia il dottorato e lì arriva lo shock: passi dall'altra parte e capisci che nei 28 esami che ti hanno portato alla laurea, che sono costati un bel po' di fatica, in realtà tu hai studiato un "bignami". Hai visto la punta dell'iceberg. Hai visto i fondamenti di ogni singola materia. Quello su cui si fa ricerca è anni luce più avanti e si aprono mondi di cui non avevi la minima idea, mondi che scopri di conferenza in conferenza...

E lì io mi sono fermato, schiacciato da questa enormità di conoscenza. La fatica e la quantità di tempo richieste per conoscere anche solo decentemente un solo pezzetto di questa enormità mi hanno bloccato. Mi sono rassegnato. Sono uscito. Mi sono messo a fare altro in cui non fossi in questa caduta infinita.

Ma con una nostalgia infinita di quel sapere, nostalgia che torna e si insinua un po' ovunque.

E forse prima o poi riprenderò quella caduta, stavolta con un atteggiamento diverso, non di chi vuole vedere cosa c'è in fondo, ma di chi si vuole godere il viaggio.

lunedì 1 febbraio 2021

Imago #9: Il bambino nel carrello, la guerra termonucleare globale e il presente che non esiste.

 

La settimana scorsa ero in coda alla cassa di un supermercato e la mia attenzione è stata catturata da un bimbo di 4-5 anni che, seduto nel carrello della spesa, stava usando con disinvoltura lo smartphone della mamma.
Al di là di tutti i ragionamenti e le obiezioni che potremmo fare sull'utilizzo a volte anche troppo intenso e precoce di questi strumenti da parte dei più piccoli mi sono soffermato sul concetto di realtà e di presente.
Per questi bimbi il cellulare è parte integrante del mondo, per loro è sempre esistito ed è uno degli oggetti "naturali". Loro non hanno vissuto l'epoca pre internet, pre smartphone, pre cellulare. Quello che per noi è stata una novità, un cambiamento, una realtà "cambiata" per loro è semplicemente la realtà. 
Allo stesso modo per noi degli anni '80 erano scontati la televisione, i cartoni animati e il Commodore 64. Noi siamo cresciuti in un mondo che era normale fosse diviso in due blocchi: da un lato c'erano i buoni americani, dall'altro i cattivi russi. Era la normalità e c'erano fior fiore di film a ricordarcelo, da Top Gun a Rocky 4, da Caccia a Ottobre Rosso alla Guerra Termonucleare Globale di War Games. Quello che per noi era semplicmente il mondo e che abbiamo vissuto la caduta del muro e dell'URSS come un grande cambiamento, era in realtà una semplice fase storica che è durata appena qualche decennio.

Da tutto ciò torna con forza una delle grandi "rivelazioni" di questi ultimi tempi: il presente non esiste, è un semplice futuro che istantaneamente diventa passato. Siamo noi a creare il presente cercando e sottolineando le parti che non cambiano perché abbiamo bisogno di certezze. Abbiamo bisogno di stabilità. Così il nostro presente diventano i nostri genitori, i nostri amici, le nostre abitudini ma ognuna di queste entità della nostra vita in realtà sta cambiando, alcune più lentamente altre in maniera più sensibile.
I nostri genitori invecchiano, gli amici cambiano, a volte se ne vanno. E la nostra tendenza è quella del bambino del carrello, dare per scontato che tutto sia come il cellulare, che sia sempre esistito e sempre esisterà. Invece la verità è che il mondo è come quello stesso cellulare, ma visto dal nostro punto di vista. Con la consapevolezza che è solo un momento che sta già diventando qualcosa di nuovo e diverso.






















sabato 28 settembre 2019

Imago #8: Sui cambiamenti climatici (ovvero La teoria del giustospazioso)

Da un po' di anni mi interrogo anche io sui miei stili di vita e i cambiamenti climatici, soprattutto per quanto riguarda il tema della mobilità (lo so, ce ne sarebbero molti altri ma intanto partiamo da qui).
Tutto iniziò nel 2013 quando la mia povera Polo finì ingloriosamente la sua carriera in un incidente in autostrada di ritorno dall'ufficio ad Altavilla Vicentina. Nel mese che seguì valutai seriamente di coprire i 45km che mi separavano dal lavoro con i mezzi pubblici. La comparazione fu impietosa: si passava da 30-35 minuti con l'auto a 2 ore di bici+treno1+treno2 (o bus) + 6km di passeggiata. Potevo io rinunciare a 4 ore della mia vita ogni giorno? Già era dura sacrificarne una... Così comprai la fidata 208 ma iniziò a frullarmi nella mente la domanda stile Cose dell'altro mondo: come cambierebbe la mia vita se domani il petrolio di colpo finisse?

E un po' alla volta iniziai ad accorgermi di come la nostra vita sia tutta modellata sul fatto che gli spostamenti delle persone e delle merci sembrano non costare niente.
  • Lavoriamo a 30-50-60-70-100 km di distanza
  • Nei paesi non esistono più le botteghe o molti servizi essenziali. Per fare la spesa dobbiamo andare nei grandi centri commerciali accessibili facilmente dalle tangenziali e con grandi parcheggi. Salvo poi perdere gran parte del risparmio nella benzina bruciata per arrivarci.
  • La stessa cosa vale per i cinema: da ragazzo prendevo il bus e potevo scegliere tra Arcobaleno, Astra, Quirinetta, Supercinema, Concordi, Altino... La stessa cosa al tempo dei miei genitori negli anni '50. Ora per vedere un film bisogna prendere la macchina e andare nei multisala.
  • Iniziamo a mangiare le pesche a marzo perché ce le facciamo arrivare dalla Spagna. Per non parlare della simpatica uva dicembrina proveniente dal Sudafrica
  • Ordiniamo su Amazon qualsiasi cosa incuranti di come quella merce poi arrivi a noi nel giro di 1 giorno con Prime. Salvo poi stramaledire i camion che occupano fissa la prima corsia dell'A4.
Che cosa ha portato a rimpiazzare i negozi di paesi con i centri commerciali? Come mai i multisala hanno sostituito i cinema cittadini? Nel 1800 sicuramente i nostri bisnonni non mangiavano la frutta spagnola perché sarebbe arrivata bella che andata...
La risposta è che è conveniente, si fanno più soldi, è il libero mercato baby.
Più ci penso e più mi immagino il libero mercato (e il capitalismo) come un giustospazioso, uno degli animali fantastici di Newt Scamander. Si allarga e riempie tutti gli spazi. 
È una balla quella che il mercato si autoregola. Se nel tempo non fossero state introdotte delle regole, i lavoratori lavorerebbero ancora 14 ore al giorno, negli alimenti avremmo ogni sorta di pesticidi e i CFC si mangerebbero ancora l'ozono, altro che coscienza delle aziende.

Sta ai nostri governi pertanto imporre delle regole che limitino o rendano antieconomico questo sfruttamento sregolato del pianeta (con conseguenti emissioni di CO).
Sta ai governi investire veramente nei mezzi pubblici. Ero al primo anno di università che iniziarono i lavori per la metropolitana di superficie tra Padova-Venezia-Treviso-Castelfranco. 20 anni dopo non si sa ancora se e quando finiranno. E intanto tra Bonn, Colonia, Leverkusen e Dusseldorf già nel 2005 c'era un treno ogni 10 minuti.


Noi nel frattempo possiamo fare delle spese oculate controllando da dove arrivano frutta e verdura, possiamo limitare al minimo l'uso dell'automobile magari andando al supermercato più vicino, possiamo evitare gli acquisti impulsivi in rete. E mille altri accorgimenti, anche solo restando nel grande tema della mobilità di merci e persone.
E possiamo rompere le scatole in piazza, facendo sentire la nostra voce. Per questo un grande grazie ai ragazzi dei Fridays For Future. Ricordando loro che però alla protesta va accompagnato un impegno concreto.

domenica 19 maggio 2019

Imago #7 (many years later): w FACEBOOK, ʍ FACEBOOK

Piccola premessa doverosa:

Non lodo Facebook a priori. Verso Facebook ho piuttosto una posizione critica dovuta alla poca chiarezza di come funzionino gli algoritmi e a casi come la Brexit (https://www.agi.it/…/perche_facebook_minac…/news/2019-04-21/). A parte questo lo ritengo uno strumento importante per la mia vita. Su Facebook io non sono interessato alle vite degli altri (cit.) Non passo le giornate a guardare foto personali (a meno che non siano di persone pazzesche con storie pazzesche come Enrico Orlando o Emanuele Canton) ma Facebook è per me fonte di informazione, divertimento o ispirazione soprattutto tramite articoli di giornali, blog, ecc.

Mi piace quello che scrivi!

Partiamo dall'episodio. Ieri sera mi è successo per la terza volta (in centro a Padova, in Consiglio Diocesano, alla festa del patronato) nel giro di un mese di rivedere delle persone che non vedevo da mesi se non anni e alla domanda di rito: "Come stai? Come va?" sentirmi rispondere: "Bene bene. Sai, anche se non ci sentiamo, ti seguo sempre su Facebook e mi piace un sacco quello che scrivi e condividi"
Sono persone con cui ho legami profondi e con cui in passato magari ho condiviso molto (nel senso originario e non informatico del termine) ma che per lontananza, cambi di ritmi di vita, ecc. non riesco più a sentire come anni fa.
Mi ha fatto molto strano. Da un lato mi ha fatto piacere: è stato come scoprire un filo, una connessione. Una specie di sguardo amorevole e silenzioso di cui non mi ero mai reso conto.
Dall'altro mi sono veramente stupito perché, a differenza dei ragazzini a caccia di like, io non scrivo o condivido per cercare approvazione, ma con un senso di "restituzione" (vedi la premessa). "Quell'articolo, quell'immagine, quella storia, ha fatto del bene alla mia vita. Può averlo fatto in vari modi: facendomi ridere, facendomi piangere, indignandomi, ricordandomi episodi, incuriosendomi. E per questo lo ricondivido pensando possa far bene anche a qualcun altro".
Quando lo faccio però non penso a quanti leggeranno: lo metto lì e fine della storia. Anche perché a causa di quell'algoritmo oscuro e misterioso di Zuckerberg va a sapere tu dove andranno a finire quelle parole. È come lasciare un palloncino con il bigliettino o un messaggio in una bottiglia.
E a volte mi stupisco di dove vada a finire il palloncino: mi stupisco che magari persone conosciute nell'ambito dello sport mi mettano un like su un articolo di politica; oppure colleghi di lavoro che leggono e commentano articoli di religione...

Senso unico? Anche no!

A conclusione di tutto questo discorso mi sono reso conto che spesso ci limitiamo solo a leggere, magari mettere qualche like e stop perché... è comodo! Se commentiamo è spesso perché abbiamo prurito alle mani e non riusciamo a stare zitti.
Invece mi sento di fare un piccolo appello a chi è arrivato in fondo a questo pippone. Commentiamo portando anche semplicemente il nostro punto di vista, non solo la nostra indignazione o soddisfazione. Facciamo diventare anche questo uno spazio vero di confronto e crescita.
D'altra parte come tutti quelli della mia generazione si sentono dire da quando erano piccoli (e allora si parlava di TV): non è lo strumento ad essere buono o cattivo, ma è l'uso (o l'abuso) che se ne fa ad essere buono o cattivo.

lunedì 2 giugno 2014

Imago #6: L'erba blu

Finalmente una bella giornata di sole, il vento che sfiora il prato facendo ondeggiare gli steli d'erba.
Due amici passeggiano lungo la strada che costeggia il prato.
«Guglielmo ti sbagli. Ti dico che l'erba è blu.»
«Ma come blu? Lo sanno tutti che l'erba è verde. Guarda tu stesso...»
«No no. È tutto un complotto del governo e del nuovo ordine mondiale.»
«E come avrebbero fatto? Ti dico che io continuo a vedere l'erba verde»
«Eh caro mio, non tieni in conto i chip sottopelle... Hanno mezzi potentissimi. Hanno fatto diventare blu tutta l'erba del mondo per cambiare il clima»
«Sarà... io la vedo verde e non ho chip da nessuna parte. Ma poi a te chi le ha raccontate queste cose?»
«Un grandissimo esperto. È andato a controllare con uno spettrometro di massa e un riflessometro ottico l'erba di tutti i parchi della città»
«Uhm... spettrometro? riflessometro? È un fisico? Un chimico?»
«Effettivamente no ma gli mancano due esami per laurearsi in lettere classiche. E poi che importa cosa hai studiato? Comunque ascoltami bene: non devi più andare a giocare a calcetto il giovedì!!! Il contatto con l'erba blu provoca malattie gravissime. Ci si può passeggiare vicino come stiamo facendo ora, ma il contatto è pericolosissimo. Mi raccomando: niente calcetto, niente scampagnate, niente pic-nic. Io ho smesso da quasi 2 anni.»

Dialogo assurdo, vero? A partire da questa storiella vi chiedo di fare due esercizi.

Il primo. Rileggete tutto supponendo che Guglielmo sia cieco. Lui non vede l'erba verde, e a quel punto fa molta fatica a confutare i deliri del suo amico.

Il secondo. Sostituite l'erba blu con le seguenti tematiche:
  • vaccini e autismo
  • STAMINA
  • scie chimiche
  • 11 settembre
  • sbarco sulla luna
  • dieta vegana come CURA al cancro

Se davvero trovassimo un personaggio per strada che ci dice che l'erba è blu gli daremmo subito del pazzo. Invece se arriva un laureato in scienze della comunicazione che ci dice di aver trovato una cura miracolosa a tutti i tipi di cancro, non ci facciamo troppi problemi a credergli e lo facciamo sperimentare a scapito dei pazienti all'ospedale di Brescia spendendo migliaia di euro della comunità.

Al di là del nostro campo specifico, siamo tutti un po' ciechi come il secondo Guglielmo e non sempre è facile confutare gli invasati. Però come non ci faremmo mai operare al cuore da un ingegnere meccanico o non ci faremmo progettare la casa da un endocrinologo, così siamo chiamati a diffidare da questi personaggi complottisti che, con dolo o meno, arrivano a minare la nostra salute (basti pensare al discorso vaccini).

Riporto un po' di link perché le scemenze si vincono solo con la verità provata e verificata:

mercoledì 2 gennaio 2013

Imago #5: Gli anelli della memoria

È da qualche mese che queste cose mi frullano per la testa. Vivere accanto a una persona che di giorno in giorno perde un pezzettino di storia, un ricordo, ti sbatte davanti la realtà in maniera cruda. Nel dramma del dimenticatoio che divora la mente ti ritrovi a riconsiderare anche i tuoi ricordi. E a volte ti viene il dubbio se certe cose le hai vissute veramente o le hai solo sognate (Inception e A beautiful mind insegnano).

I pensieri sono stati appunto molti in questi mesi e penso che per scriverli per bene in forma organica ci metterei una vita. Perciò mi accontento di approfittare di questo primo giorno di ferie e di fissarli qui, proprio per non dimenticarli, affidando a eventuali commenti le aggiunte su questo tema e a un futuro imprecisato una loro rielaborazione.

Immagino che su questo tema ci siano trattati e grandi ragionamenti filosofici. Per il momento non ho avuto tempo e modo di approfondire la cosa… Mi scuso pertanto se alcune cose sono già viste e già sentite.

Faccio un'ultima importante precisazione: quanto segue, non è né un lamento né un rimpianto, ma delle semplici considerazioni venute in mente in un flusso di pensiero.

  • la memoria è alla base del nostro vivere;
  • senza la memoria il tempo non esiste: se non ricordo che qualcosa è avvenuta prima, vivo in un indefinito presente istantaneo;
  • senza la memoria non esistono causa ed effetto: non posso collegare cose che non ricordo! Inoltre posso accorgermi della ripetitività dei fenomeni solo se riesco a ricordarli e a dire che sono la stessa cosa.
  • Una delle cose che mi affascinano di più sono le conoscenze astronomiche degli antichi. Io non penso che da solo riuscirei a rendermi conto di quanto dura un anno o di come si muovono i pianeti. E tutto ciò è basato su una memoria individuale e collettiva che io non penso di possedere.
  • la memoria è alla base del progresso. Se chi scoprì la ruota non fosse riuscito a passare le informazioni vivremmo in un mondo ben diverso. Sono affascinato da quante conoscenze ci circondino, frutto della memoria di un popolo: dal far bollire e salare l'acqua per buttare la pasta a come ci lega le scarpe.
  • Tutto ciò che noi sappiamo sul nostro passato lo sappiamo da prove tangibili lasciate volutamente (scritti, dipinti, fotografie) o involontariamente (chiedere ad archeologi, filologi, tombaroli...). Ma riportandolo alle nostre vite, guardando le nostre foto personali, quanto sono rappresentative della nostra storia? Per quanto mi riguarda sono la punta di un iceberg. E per giunta gli eventi più importanti della mia vita finora non sono stati immortalati in una foto, né quel pomeriggio nella taverna della casa gialla, né quel giorno in piscina, né quel simpatico volo sul ghiaccio a Villa Immacolata o quella mattina in chiesa a Saletto. E a questo punto ritornando alla storia dell'umanità... Cosa ci siamo persi? Chissà quante storie, vite straordinarie, pensieri illuminanti sono andati persi per sempre semplicemente perché non sono stati condensati in libri o quadri.
  • Inoltre molte delle testimonianze scritte sono chiaramente, "subdolamente" o inavvertitamente di parte. "La storia la scrivono i vincitori" non è una massima passata di moda. Basti pensare alle versioni discordanti su quanto successo appena un anno fa, sotto i riflettori di tutto il mondo, quando cadde il governo Berlusconi
  • l'avvento del cinema, della televisione e ora del digitale ci ha fatto avere la sensazione che tutto sia fotografabile, filmabile, catalogabile. Siamo talmente abituati a fotografare tutto che ci sembra impossibile che di certe parti della nostra vita o della storia non ci sia traccia. Pertanto stiamo perdendo la consapevolezza che certe cose vivranno solo nella nostra memoria. Per esempio morta la generazione dei nostri nonni ci saranno usanze e riti millenari che moriranno con loro come ad esempio il far filò. Oppure quando saranno morte alcune persone morirà con loro la verità su chi ha ucciso JFK o su chi mise la bomba in Piazza Fontana.
  • Ho l'impressione che qualcosa si sia inceppato. La mia generazione, vuoi per la scolarizzazione più marcata, vuoi per il cambiamento della famiglia, non è riuscita ad assimilare molte conoscenze e capacità della generazione precedente. Molti di noi non sanno cucinare, stirare o anche solo piantare un chiodo come i nostri genitori. Io stesso mi rendo conto che ci sono cose che mio papà sa fare e che io non saprò mai fare. È come se la memoria collettiva di cui si parlava prima abbia fatto un giro a vuoto... E per alcune materie non c'è Google che tenga.
  • Tornando a parlare di foto, il digitale e la possibilità di fare milioni di foto ci ha un po' rovinato. Lo pensavo soprattutto mentre VIVEVO Dreamin' Up e guardavo alcune persone intorno a me passare tutto il tempo a fare video e foto. Che senso ha non vivere un evento per poterlo rivivere in maniera fredda attraverso lo schermo di un PC? Preferisco mille volte vivere l'evento fino in fondo e piantarlo ben bene nella mia memoria.
  • Cosa distingue un ricordo da un sogno? Come faccio a essere sicuro che certe cose siano successe davvero? E come faccio a dire che l'interpretazione che io ho dato di quel ricordo sia quella esatta? A questo proposito mi viene sempre in mente il viaggio a Parigi fatto nell'estate del 91. Uscita serale con mio fratello dalle parti della Tour Eiffel e il me stesso 11enne vedendo una luce che si muoveva in maniera irregolare proprio vicino alla torre non seppe dare altra spiegazione se non "UFO". Ora rielaborando quel ricordo so che molto probabilmente era un faro di una discoteca che vedevo per la prima volta. Ma quanti altri ricordi, quanti altri avvenimenti della storia, interpretati a senso unico magari avevano un'altra spiegazione?

lunedì 28 maggio 2012

Imago #4: La libertà in un abbraccio

In realtà, per precedenza ci sarebbero tante immagini che si sono affollate in questi quasi due mesi. Ma stasera è impellente fissare con le parole l'immagine "sconvolgente" ricevuta oggi. Premetto subito che seppur rimasticati e riadattati dal sottoscritto, le parole e i ragionamenti originali non sono miei ma sono un grande dono di suor Grazia Papola..

Questo è il sarcofago paleocristiano presente nella cripta della chiesa di S. Giovanni in Valle a Verona. Nella parte inferiore al centro c'è Gesù risorto che invia Paolo e consegna la parola a Pietro. Intorno ci sono 4 scene del Nuovo Testamento: da sinistra a destra la samaritana al pozzo, il centurione, l'emorroissa e... Giuda!

Sinceramente a tutto avevamo pensato vedendo il sarcofago ma non che quello fosse il bacio di Giuda. Cosa centra Giuda con una storia di salvezza? Cosa centra un episodio tanto negativo come quello del tradimento con tre incontri belli e toccanti come gli altri tre?

Certo sono tutte persone a cui manca qualcosa, che hanno desiderio di qualcosa di più grande. Sono tutte persone che in qualche modo trovano ristoro e guarigione in Gesù. Ma Giuda... Giuda proprio non mi torna. Giuda è quello che viene messo in fondo all'inferno da Dante, il peggiore dei traditori.

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto». (Mt 26, 20-25)

Qui si gioca tutto e da oggi per me queste parole non saranno più le stesse.

Gesù innanzitutto manda a Giuda un ultimo avvertimento. La parola usata, "Guai", è la stessa usata dai profeti nell'antico testamento quando Dio si rattrista per chi lo abbandona, è l'avvertimento dato dai profeti al popolo infedele. Gesù usando parole forti prova a salvare Giuda dall'abisso in cui si sta infilando. Quel "Guai" non è una condanna (come l'avevo sempre inteso io), ma è un omatopeico urlo di dolore per implorare un'ultima volta l'amico di fermarsi. Ma come nel giardino dell'Eden, come in tutta la storia della salvezza, l'uomo è libero di scegliere. E Giuda di fronte all'avvertimento, fa il finto tonto compiendo una scelta chiara.

A questo punto, conscio della scelta di Giuda, arriva la perla di Gesù.

Per capirla fino in fondo dobbiamo chiarirci bene cosa intendiamo per tradimento, Il tradimento è approfittare della fiducia di un amico e, nelle tenebre, di nascosto, tramare per fargli del male grazie proprio a questa fiducia riposta in noi. Tuttavia se il tradimento viene sbandierato alla luce del sole perde tutta la sua potenza. Un tradimento scoperto in anticipo non è più tale. Gesù smaschera Giuda prima che questi vada a consegnarlo come a dirgli: «So che vuoi tradirmi, ti ho sgamato. A questo punto, caro Giuda, non sei più tu a tradirmi, sono io che scelgo di consegnarmi, di donarmi per salvare l'umanità» È pazzesco. Smascherandolo, Gesù perdona Giuda per quello che sta facendo. «Non importa che il tuo tradimento sia il più grande tradimento della storia. Non importa caro Giuda. Puoi ancora ripartire. Come può ripartire Pietro a cui ho appena raccontato la storia del gallo. Anche se mi tradisci per te c'è possibilità di riscatto.»

Quando Giuda torna con le guardie il messaggio di perdono viene completato e rafforzato da quell'abbraccio e da quel bacio raffigurati in quel sarcofago che ha più di 1700 anni. «Ti perdono. Adesso capisci cosa intendevo con non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici?» L'ultimo gesto di Gesù verso Giuda è un gesto di perdono che ripassa la palla a lui. Giuda è di nuovo libero di scegliere. Gesù tenta addirittura di cancellare il suo senso di colpa. Purtroppo per Giuda è un amore troppo grande, incomprensibile. Tenta di riparare come può restituendo le monete, e al rifiuto dei sacerdoti, il campo di sangue è l'unica soluzione.

A conclusione, da grande fan Potteriano, pur sapendo di rischiare la blasfemia, non posso non sottolineare l'analogia di tutto ciò con quanto accade sulla torre di Astronomia alla fine del sesto libro. Ma d'altra parte, come vado dicendo da qualche tempo, Harry Potter forse è uno dei più grandi libri cristiani degli ultimi anni.

lunedì 9 aprile 2012

Imago #3: AUTORità o AUTORevolezza


I giovani devono obbedire

Obbedire in nome di che cosa?

L'immagine questa volta non è particolarmente ispirata. Anzi devo dire la verità è un immagine "rubata" al film di Alice Rohrwacher, Corpo celeste, che mi ha particolarmente segnato negli ultimi mesi.

In una scena del film, il figlio di una delle catechiste giocando fa cadere alcuni soprammobili. A quel punto il tuttofare della parrocchia se ne esce con: "I giovani devono obbedire". La mamma del piccolo lo prende in braccio e risponde a tono: "Obbedire in nome di che cosa?".

Negli ultimi giorni mi è capitato di riflettere molto sul concetto di autorità. Da più parti sento adulti lamentarsi che questi adolescenti non riconoscono più l'autorità, che non hanno più rispetto. E ancora, una mia amica si lamentava che alla via Crucis di mercoledì santo qualcuno dietro di lei commentava la predica del vescovo. E lei: "Non c'è più rispetto!".

Invece io dico: "Per fortuna!".

Per secoli il principio di autorità è stato l'oppio dei popoli, altro che la religione. Siccome questa cosa l'ha detta Aristotele/la Bibbia/il parroco/Dostoevskij/il farmacista/il maresciallo io ci credo. A prescindere dal messaggio: poteva essere la castroneria più grande di questa terra ma siccome io mi inchino ai sapienti ci credo lo stesso. Quanti morti e quanti danni ha fatto questo modo di pensare: basta guardare al povero Galileo, che si è dovuto rimangiare tutto perché qualche fanatico prendeva la Bibbia come fosse un libro di fisica o al povero Renzo quando va da Azzeccagarbugli.

Per fortuna cari genitori, cari parroci, cari professori ora i giovani non ci ascoltano più a priori.
Finalmente la famiglia, la scuola, la Chiesa sono chiamate ad essere credibili per essere ascoltate.
Finalmente siamo chiamati ad essere ascoltati non per il ruolo che abbiamo ma per quello che diciamo. È la volta buona che finiremo di nasconderci dietro i paletti delle scuse e delle nostre sicurezze come abbiamo fatto finora.
Finalmente la Chiesa inizierà a pensare di più a quello che dice alla gente piuttosto di pensare al pizzo della tovaglia dell'altare. Magari la smetterà anche di fare invettive contro i laureati che abbandonano le nostre parrocchie: forse le verrà il dubbio che la cosa non avviene per scarsa umiltà dei laureati quanto piuttosto per estrema ignoranza di una Chiesa che mediamente nelle sue prediche domenicali non sa parlare a chi ha più di una terza media?
Finalmente la scuola potrebbe iniziare ad avere professori che lo fanno per passione e non per frustrante ripiego di carriere fallite, universitarie o professionali.

Perché non si può più tornare indietro... Perché il re è nudo...

I giovani hanno ancora sete di infinito e rispettano immensamente chi ha il coraggio di incontrarli veramente.
Lo testimonia Benigni con la sua divina commedia, lo testimoniano i corsi ad Assisi sempre strapieni di gente, lo testimoniano don Tonino Bello, don Lorenzo Milani, padre Pino Puglisi.
Però richiede un impegno da parte di noi adulti di conquistarcela questa autorevolezza con i contenuti e non con l'autorità.

Chiudo con due passi evangelici che mi sembrano ben riassumere questo passaggio epocale (e poi si dice che il vangelo non è attuale). Il primo dal primo capitolo del vangelo di Giovanni:
Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret». Natanaele gli disse: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!».
Gesù non viene riconosciuto come profeta per la sua provenienza (anzi) o per il suo ruolo di Maestro ma per quello che dice. E ancora nel vangelo di Luca, cap. 4.
Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Forse molta parte della Chiesa avrebbe bisogno di riprenderlo in mano questo vangelo...

martedì 27 marzo 2012

Imago #2: l'alce e lo scoiattolo



Saranno i libri di Alessandro (D'Avenia), sarà la primavera,  ma da qualche settimana ho l'immaginite acuta. Mi viene da spiegare tutto per immagini. Più di qualcuno su Facebook si è allarmato e alla prima volta che mi ha visto ha esordito subito con un "Ma sei sicuro che vada tutto bene?" Sì va tutto bene, semplicemente è un periodo in cui le immagini comunicano meglio delle parole e sento la necessità di fissarle da qualche parte.


Scrivere su facebook però è come essere un alce in mezzo alla strada. Tu scrivi il tuo stato per te e gli altri se lo trovano in mezzo alla bacheca e non possono decidere di ignorarlo: o lo schivano o ci vanno addosso. Facebook da questo punto di vista non ti lascia scelta. Solo che io non volevo essere un alce... non mi interessava entrare nella vita degli altri di prepotenza e obbligarli a sorbirsi le mie pare. Quello che scrivevo era soprattutto per me... Erano intuizioni, piccole gioie, passettini conquistati con grande fatica. Che non possono non essere raccontati. Ma che d'altro canto non devono nemmeno irrompere senza permesso nella vita degli altri.


Volevo piuttosto essere come uno scoiattolo tra i rami. Non di quelli che a Londra vedi in ogni dove e tra un po' vengono a farti l'ordine delle noccioline in grembo.
Pensate a uno di quelli scoiattolini nostrani, un po' bastardi che se non lasci la macchina (che nel frattempo ha schivato la povera alce) e non ti addentri nel bosco non li vedi manco a morire. Anzi anche quando sei lì davanti se non aguzzi la vista li confondi tra i rami.

Così è nato questo blog: uno scoiattolo che vuole evitare il più possibile di diventare alce. Un blog per fissare qualche pensiero. Più per me che per il mondo. Se qualcuno poi avrà voglia di leggerlo, non sarò io a impedirlo.  Il tutto in piena libertà.

Imago #1: l'altalena

La vita è come andare in altalena: per andare in alto devi prendere i tempi e aspettare il tempo giusto per fare ogni cosa.

È tutta una questione di ritmo... E uno che il senso del ritmo proprio non ce l'ha può ben dirlo. Il respiro, il mare, il vento tra i rami: tutto ciò che è vita si muove a tempo. A volte è un tempo difficile da prendere, che non capisci al primo colpo.

È proprio come andare in altalena. Le prime volte che ci sono andato da piccolo proprio non capivo come funzionava, non capivo come facevano gli altri a spingersi da soli così in alto. Poi ho capito che il trucco era prendere il tempo, allungare e piegare le gambe a tempo giusto. Prendere il tempo di permetteva di sentire l'aria in faccia, quella sensazione di libertà e di leggerezza che non è vertigine ma voglia di volare.

Con la vita è lo stesso. Ci sono momenti in cui devi capire che hai cambiato direzione e, se anche avevi programmato di restare ancora un po' con le gambe piegate, devi decidere al volo se distenderle, seguire il movimento e andare più in alto oppure restartene con le gambe piegate e, inesorabilmente, fermarti.

Ci sono sere così: in cui avevi programmato tutt'altro, in cui avevi programmato di tornare a casa presto perché hai un sacco da fare e il giorno dopo comunque la sveglia suona sempre alla stessa ora. E poi invece capisci che il centro della tua vita è lì, in quella chiacchierata all'uscita da un teatro con un'amica che non vedevi da un sacco di tempo.

E allora chi se ne importa delle mille cose da fare: allunghi le gambe, slanciandoti in avanti, in quel volo che toglie il fiato.